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Ultras Atalanta a processo, in aula Ruggeri junior: «Ho ceduto il club per paura di aggressioni»
16 Gennaio 2015 - letto 1003 volte

È stato il più giovane presidente di un club di serie A. Nel 2008 aveva solo 21 anni Alessandro Ruggeri, quando era subentrato al padre Ivan, colpito da un ictus, nella proprietà dell’Atalanta. Ieri mattina in un’aula del tribunale di via Borfuro il giovane rampollo, che nel 2010 ha ceduto il club bergamasco all’imprenditore Antonio Percassi, è tornato a parlare di quel difficile periodo e del clima avvelenato che si respirava a quei tempi dalle parti di Zingonia e dei suoi rapporti con la tifoseria atalantina.

Lo ha fatto durante la nuova udienza del processo contro 146 tifosi atalantini e siciliani (90 bergamaschi e 56 del Catania)  accusati di una serie di reati da stadio avvenuti a partire dal 2006 e fino al 2012: aggressioni a cinghiate, adunate sediziose, violazioni di Daspo, minacce alla polizia, il blitz degli ultrà orobici al centro sportivo dell’Atalanta, nella primavera del 2010, per invitare l’allora presidente Alessandro Ruggeri a vendere la società.

Davanti al giudice Maria Luisa Mazzola, l’ex numero uno nerazzurro - completo blu, camicia bianca, abbronzatura da spiaggia delle Maldive - ha risposto alle domande del pm Carmen Pugliese. «Decisi di vendere l’Atalanta - ha esordito Ruggeri - soprattutto per tutelare la mia famiglia, mia madre, mia sorella e mio padre che aveva grandi problemi di salute. In quel periodo, infatti, gli ultrà ci contestavano pesantemente: molte volte ero stato costretto a tornare a casa dalla partita scortato dalla Digos e avevo paura di essere aggredito. L’ultimo periodo della mia presidenza è stato terribile, vivevo con la scorta. Gli ultrà manifestavano contro di noi a Zingonia, ma anche fuori da casa mia. Non potevo più andare avanti così. Per questo decisi di vendere a Percassi».

Alessandro Ruggeri, nell’ambito dei suoi rapporti con il leader degli ultras atalantini, ha poi parlato di una serata trascorsa con lui, il 28 novembre del 2009. «Mi chiamò - ha spiegato l’ex presidente nerazzurro - e mi disse se potevo andare a fare visita a un tifoso detenuto agli arresti domiciliari. Per cercare di mantenere dei buoni rapporti, accettai. Un’altra volta, invece, mi contattò perché a un gruppo di supporters era stata inflitta una pesante multa, circa 40mila euro. Gli dissi che mi sarei mosso io, ma non ricordo come andò a finire. In ogni caso, durante il mio periodo di presidenza, i tifosi non mi chiesero mai un euro. Questo lo posso affermare con certezza».

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Gabriele Sandri
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