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Varese: aggrediti giocatori di colore!
08 Maggio 2002 - letto 1108 volte
È vero, Varese non sarà il piccolo paese della contea di Nashuba , dov'è ambientato il film "Mississipi Burning", ma è altrettanto vero che quanto è accaduto ai tre giocatori extracomunitari del Varese non puo' essere liquidato come la solita ragazzata o un fatto episodico. Tutti tendono a sdrammatizzare, istituzioni e società calcistica in testa, preoccupati che l'aggressione subìta dai tre calciatori deturpi l'immagine della Città Giardino. Sta di fatto che l'aggressione ai danni dei fratelli Benhassen e del portiere Joel Eboue non è una vicenda all'acqua di rose. Ha lasciato il segno che si prefiggeva: un sorriso contrito di paura sui volti dei tre calciatori, prima dell'inizio della conferenza stampa, convocata nel primo pomeriggio a Villa Recalcati.
Il sindaco Aldo Fumagalli, l'assessore provinciale allo sport Cristina Scolari e il suo pari grado di Palazzo Estense, Marco Caccianiga, ribadiscono all'unisono il concetto: Varese non è razzista. Il Primo cittadino rivendica il primato di "Varese città più europea d'Italia". Ma in discussione non è certo il ruolo e il contributo che hanno dato il CCR di Ispra e la scuola Europea a questo territorio. Mario Turri, presidente onorario del Varese Football Club, è preoccupato delle insinuazioni giornalistiche circa una volontà della società di nascondere il fatto. Ribadisce la vicinanza della squadra ai tre ragazzi e dichiara che non si nasconderà dietro il colore della pelle, confermando che il futuro calcistico dei tre giovani è legato a Varese da un contratto pluriennale.
Loro, i tre sfortunati protagonisti, ascoltano attenti. Continuano a non sorridere e tengono gli occhi bassi. Joel Eboue,nazionale camerunese, parla francese e il presidente Turri lo traduce. «Dopo la partita con Carrara, quando già eravamo nel parcheggio per prendere le nostre macchine siamo stati affrontati da un gruppo di circa 30 persone, tutte con il viso coperto da sciarpe e fazzoletti. Sono stato colpito alla nuca, mi sono trovato a terra. Ho riportato anche una ferita al labbro. Nella mia carriera (ha giocato anche in Portogallo e Spagna ndr) non mi è mai capitato nulla del genere».
Samir Benhassen è il più piccolo dei tre e anche il più spaventato. Lui e il fratello più grande Mohamed, che pure vengono da Nimes, nel sud della Francia, la terra che ha partorito politicamente Jean Marie Le Pen, non sono abituati a certi trattamenti. «Io sono venuto in Italia per lavorare. Voglio giocare al calcio e non prendere calci. Ho avuto molta paura. Spero che nel futuro non accada più nulla del genere».
Per Mohamed è invece il ritorno di un incubo. Ad inizio stagione, nella partita estiva contro il Cagliari, fu preso di mira dai cori razzisti dei "Blood and Honour". Fu un'amara serata d'agosto. Allora in tribuna, a sostenere il calciatore di origine maghrebina, salì forte la voce della società civile. Ora si attende la voce della legge.
Fonte: VareseNews
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