Lazio, un enigma di soldi e politica
09 Agosto 2006 - letto 1987 volte ROMA - Enigma Lazio. Così si può definire la vicenda della squadra biancazzurra, dopo la gestione Cragnotti, soprattutto per chi vive all'estero. Questo perché il giornalismo sportivo italiano è da sempre avvezzo a praticare la politica dei "vizi privati e pubbliche virtù", salvo uscirsene, dopo ogni scandalo, con il consueto "lo sapevamo tutti". Infatti lo spettatore, all'oscuro delle segrete cose del calcio non può che rimanere disorientato di fronte a situazioni che appaiono quanto meno paradossali: un presidente che salva la squadra dal fallimento e che ottiene, va detto, risultati insperati; una tifoseria che lo odia al punto da costringerlo a girare circondato da sette body guards, sette; la ricorrente apparizione di personaggi che aspirano a rilevare la squadra e l'altrettanto regolare defilarsi degli stessi. Date queste premesse, l'unico modo per provare a conoscere qualche brandello di verità, è quello di rivolgersi all'unica parte in causa disposta a dire quello che sa: i tifosi. Ma non quelli della curva nord, che scioperano contro Lotito e che minacciano, senza se e senza ma, di aspettarlo sotto casa. Diciamo i tifosi "moderati", quelli che guardano solo ai risultati della squadra, quelli che non srotolano striscioni infamanti, queli che non hanno interessi da difendere, e che rischiano di diventare minoranza, perché prima o poi si stancheranno di queste bagarre che hanno poco a che vedere con il calcio. Neanche loro amano Lotito, il personaggio non ha molte qualità per riuscire a farsi amare, ma finché non fa danni - e finora, ad onor del vero, non ne ha fatti -, non vedono il motivo di liberarsi di lui al buio, cioè con il rischio di cadere dalla padella nella brace. Ma cerchiamo di svelare "l'Enigma", anzi più di uno. Enigma n° 1. Il ruolo di Long John. Giunge voce che Giorgio Chinaglia, di recente, si sia visto con una certa assiduità dalle parti di Toronto. E questo rimanda con la memoria al 2002, quando Carlo Baldassarra, rese pubblico il desiderio di salvare l'aquila biancazzurra, in vista della debacle di Cragnotti. All'epoca, a Baldassarra occorse poco più di una settimana per fiutare l'aria e defilarsi. Probabilmente, da accorto uomo d'affari, aveva preso le sue informazioni e aveva capito che in Italia il calcio ha legami strettissimi con la politica e gli affari, affari non sempre molto chiari o molto puliti. E chi non ha questi legami non è bene accetto.Quanto a Chinaglia, la sua gestione da presidente la maggioranza dei laziali la ricorda fin troppo bene e il suo credito presso i tifosi è in via di esaurimento. Giorgione pare che faccia una vita un po' dispendiosa e non ha ancora deciso cosa fare da grande, ma è in cerca di qualcosa che gli permetta di condurre la sua esistenza non proprio da certosino. A cavallo degli anni '80-'90 tentò anche la via della politica con un esito a dir poco catastrofico. Di recente, nella foga di esautorare Lotito, è incappato anche nelle maglie della giustizia, perché i giudici hanno ipotizzato una possibile infiltrazione di elementi della camorra tra i suoi fantomatici sponsor, altro che ungheresi. Se così fosse, c'è da giurare che qualcuno gliel'ha fatta sotto il naso, Giorgione è un ingenuo e non tanto smaliziato da scegliersi di sua volontà soci così poco raccomandabili. Inoltre, già prima dell'intervento dei giudici si era sparsa per la Roma la notizia che a gestire la sua cordata gli faceva compagnia un altro ex calciatore laziale, coinvolto nel primo scandalo scommesse, un personaggio che nella capitale si è fatto una solida fama di "sòla", come si dice da queste parti, e che gli ha definitivamente fatto perdere i favori della tifoseria biancazzurra. Enigma n° 2. Perché Lotito non se ne va. La risposta è racchiusa in una parola: affari. Lotito non è mai stato un appassionato di calcio, i soliti maligni dicono che fosse addirittura romanista, ma al momento del tracollo di Cragnotti possedeva i requisiti indispensabili a farne un ideale presidente: soldi, parentele, amicizie e legami politici. Il personaggio è folcloristico: fanno audience i suoi soliloqui logorroici dove spande citazioni latine, spesso a sproposito. Meno conosciuti alcuni suoi vezzi, come quello di spostare la sedia secondo coordinate visibili solo a lui, per scacciare il malocchio, prima dei suoi interventi televisivi. Ma non è un fesso. Imparentato con i costruttori Mezzaroma, a loro volta collegati ai Caltagirone (un binomio considerato "i padroni di Roma"), Claudio Lotito dal nulla è diventato miliardario grazie alla gestione di una quantità enorme di imprese di pulizia e security, in primis con la Regione Lazio. Regione Lazio all'epoca presieduta da Francesco Storace, che, pur essendo romanista, non poteva ignorare l'enorme serbatoio di voti della tifoseria laziale, già per natura orientata a destra.Detto, fatto. Lotito for president. E visto che non è un fesso, come già detto, per andare a cacciarsi nel ginepraio calcio Lotito chiese qualcosa in cambio. Prima di tutto la spalmatura dell'enorme debito della società nei confronti del fisco. Detto, fatto. 170 milioni di euro "spalmati" in 23 anni. In seconda battuta, avanzò domanda per l'approvazione di un progetto faraonico. Non nella tenuta di Formello, da anni feudo e sede dei ritiri biancazzurri, perché il fisco l'ha pignorata a garanzia del debito di cui sopra. Ma in un suo terreno sulla strada Tiberina, a nord di Roma. Un nuovo stadio con grandi infrastrutture interne (tipo SkyDome, per intenderci), costruzioni alberghiere, residenziali e commerciali per un totale di circa due milioni di metri cubi, il tutto su un'area a destinazione agricola. Detto, bocciato. Per l'intervento del sindaco Veltroni. Lotito attende tempi migliori. Inizialmente il presidente laureato in pedagogia voleva chiamare Calciopoli l'intero complesso, in parte, relativamente al nome, l'operazione può dirsi riuscita... ma ora bisognerà trovarne un altro. Enigma n° 3. Gli Ultras. Sono in molti, anche in Italia, a chiedersi cosa vogliano. Semplice: soldi, sempre di soldi si tratta. Come tutte le cose che coinvolgono grandi quantità di persone, il tifo smuove enormi quantità di denaro. E c'è chi ne ha fatto un mestiere, e molto ben remunerato, alla faccia del tifoso bue che è convinto di combattere "per la bandiera". Anche per questo il calcio è una metafora perfetta della vita: in ogni guerra si sbandierano ideali e sottobanco si intascano soldi. Oggi la tifoseria Ultras biancazzurra è monopolizzata dal gruppo degli Irriducibili, che non fa mistero del suo Dna nazista (basta guardare i loro siti internet). Un gruppo che negli ultimi anni ha causato (a colpi di bastone, se non di coltello) la sparizione di tutti gli altri gruppi di tifosi laziali, a cominciare dagli storici e pacifici "Eagle's supporters".Uno degli "affari" di chi gestiva questi esagitati era quello dei biglietti per le trasferte, messi loro a disposizione dalle stesse squadre, per evitare ritorsioni. Ma questo è diventato un affare minore con l'esplosione del merchandising. Prima della gestione Lotito, gli Ultras avevano creato un loro logo, e aperto vari negozi (nove solo su Roma). In questi negozi non si commercializzavano solo gadgets con il logo, di scarsa appetibilità, creato dagli Ultras, ma tutti quelli con l'autentico logo della S.S. Lazio, pare per un giro d'affari annuo di circa dieci miliardi di lire! Arrivato il signor Lotito, disse: stop, questi soldi sono della Lazio e me li gestisco io. Come dargli torto? Semplice no!? Ma non solo. Il giornalista Michele Plastino, laziale, anni fa dichiarò dagli schermi tv, che nei sotterranei della curva nord si spacciava droga a piene mani. Plastino fu ripetutamente minacciato e anche rincorso per essere bastonato, si salvò grazie alle sue doti... podistiche. Capita l'antifona, smise di battere sul dente che doleva, non avendo ricevuto la solidarietà di nessuno, neanche e soprattutto dai suoi colleghi che frequentavano quotidianamente i salotti di Biscardi, della Domenica Sportiva o di Controcampo (tantomeno da quei giornalisti che lui stesso aveva "creato", come Sandro Piccinini, Gianni Bezzi o Gianni Cerqueti). E la curva nord continua ad essere "zona franca". Poi, per chiudere, c'è il caso Di Canio. Ma questo non è un enigma. Il personaggio non è tale da poter raggiungere le vette del mistero. Tranne che per un fatto. Autodidatta, del tipo Scuola Radio Elettra, ha scritto (?) perfino un libro. Chi lo ha letto? Questo l'unico mistero. Di Canio ha vivacchiato i suoi ultimi anni da (ex) calciatore sulla gloria riflessa da due episodi. In Inghilterra si fermò di fronte a un gol quasi fatto, per soccorrere un avversario infortunato: lodevole. Nella Lazio, per un gol alla Roma di rara bellezza e forse di rara casualità, perché frutto di un colpo di tacco effettuato ad occhi chiusi.Per il resto, platealità indegne perfino di essere citate. E Lotito ha dimostrato ancora una volta di avere l'occhio lungo. Mandandolo a spasso. Lui, per ripicca, e con l'aspirazione di diventare il nuovo Chinaglia (accipicchia...), si è rifugiato dalle parti della Serie C, alla Cisco ex Lodigiani, dichiarando guerra al presidente laureato. Per la serie, anche le pulci hanno la tosse. Così va il mondo... e la S.S. Lazio. Fonte: corriere - corriere.com Notizie correlate Lazio
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