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Gabbo, il ricordo del fratello Cristiano: "Il suo sorriso illuminava tutti, la Lazio il filo invisibile che ci univa"
16 Novembre 2015 - letto 1148 volte

Ci sono giornate che rimangono indelebili nella testa e nel cuore di chi le vive. L’11 novembre 2007 è una di queste. È una data che non può essere dimenticata, specialmente da chi, in quel giorno, ha perso un fratello e un figlio: Gabriele Sandri. Sono passati otto anni da quando una pallottola ha tolto per sempre il sorriso dal volto di quel ragazzo di 28 anni innamorato della musica e della sua Lazio, per tutti ‘Gabbo’. Il ricordo di quel viso sempre allegro però rimane vivo negli occhi di tutti quelli che l’hanno vissuto. In primis la famiglia, che per trasmettere il ricordo di Gabriele anche a coloro che non l’hanno conosciuto, ha dato vita alla fondazione a lui intitolata. Nel giorno dell’anniversario di questa tragedia la redazione de Lalaziosiamonoi.it ha incontrato Cristiano Sandri e, ripercorrendo le sue passioni coltivate fin da bambino, abbiamo conosciuto un Gabriele che mai era stato raccontato, la parte più allegra e divertente del dj, calciatore e conquistatore…

È stata l’occasione anche per fare il punto su obiettivi raggiunti e progetti futuri della fondazione, che continuerà a promuovere valori sociali e di antiviolenza soprattutto fra i più giovani.

Che cosa rappresenta per voi questa giornata?

“L’11 novembre è per noi una giornata sempre carica di dolore e tristezza. Noi viviamo sempre come se fosse quel giorno che ci ha stravolto la vita e il modo di affrontarla. Io ricordo tutto nei minimi dettagli. Ho ancora impressa la telefonata e tutti gli attimi drammatici che sono seguiti. La vita va avanti, sono passati otto anni ma la rabbia e la sofferenza sono ancora vive come in quel momento. La forza di andare avanti ce l’ha data e la troviamo tuttora nell’amore per Gabriele. Per questo nell’immediato abbiamo deciso di dare vita a questa fondazione che nasce con l’intento ricordare i nostro Gabbo nel modo migliore possibile" 

All'apparenza Gabriele era un ragazzo molto solare, scherzoso. Ci racconti com'era in famiglia?

“Sì era esattamente come lo si vedeva in foto. Sempre col sorriso stampato in faccia, scherzoso e positivo, con la sua esuberanza e il suo entusiasmo contagiava tutti, anche in famiglia. Tra i tanti episodi che mi vengono in mente ce n’è uno legato proprio alla Lazio. Nel momento in cui si decideva di andare in trasferta in famiglia era sempre una lotta perché Gabriele, che era più piccolo di me, voleva seguirmi sempre anche in quelle circostanze. Soprattutto con mia madre dovevamo inventarci le cose più assurde per far sì che anche lui potesse venire. Una volta su tutte è stata la partenza per Parigi, dove la Lazio giocava la finale di Coppa Uefa contro l’Inter. È stata una trasferta memorabile, siamo partiti con l’autobus e ci siamo fatti quasi una giornata di viaggio per guardare 90 minuti di partita. In quell’occasione mamma chiamava ogni cinque minuti per sincerarsi che tutto stesse andando bene e che Gabriele si trovasse con me. Un altro episodio è quando lo fermarono in motorino senza casco e lui aveva paura di dirlo a nostra madre: ci inventammo di tutto per non farle capire nulla. Insomma in tutto quello che faceva c’era tutta l’allegria che lo caratterizzava”.

Tra le tante passioni di Gabriele c'era la musica che lui è riuscito a trasformare in un vero e proprio lavoro. Come seguivate voi la sua passione? Quanto vi ha riempito di orgoglio il fatto che Gabriele abbia raggiunto livelli anche importanti in questo campo?

“La passione per la musica nasce molto presto. Già da bambino, a nove e dieci anni, Gabriele si interessava ai giradischi. Noi l’abbiamo accompagnata e incoraggiata perché lui era estremamente meticoloso quando preparava le sue serate, provava e riprovava ogni scambio di dischi. Tra l’altro anche questa era una passione in comune. A me infatti piace molto la musica e spesso lo consigliavo, nonostante fosse un dj abbastanza affermato. La stagione estiva suonava in Sardegna, d’inverno in montagna. Credo che se ne avesse avuto l’opportunità avrebbe fatto maggiore strada e a noi, come famiglia, ci ha dato grandi soddisfazioni anche sotto questo punto di vista”.

L'altra grande passione e fede era la Lazio, che Gabriele seguiva anche in trasferta. Raccontaci tu che cosa rappresentava la Lazio per tuo fratello. Qualche pazzia o episodio divertente che avete fatto insieme per questa squadra? Infine che rapporti avete voi oggi con la società?

“La Lazio per noi è una passione che si tramanda di padre in figlio. Avendo un fratello più grande che frequentava la stadio, Gabriele ha avuto anche la fortuna di poterla seguire maggiormente. Rispetto a me, è riuscito ad andare prima in curva e in trasferta. Questa fede ci ha portato ad essere più uniti. I lunghi viaggi affrontati per seguire la squadra diventavano un'occasione per scambiarci opinioni, consigli, confidenze. Il legame con i biancocelesti è alla nascita, un filo invisibile che unisce una famiglia. Per quanto riguarda i rapporti con la società, c'è una relazione normale. Da parte nostra, cerchiamo di fare loro presente le iniziative della fondazione con l'obiettivo di ottenere un coinvolgimento. Speriamo in futuro possa essere più assiduo”.

Tanto gli amici con cui Gabriele condivideva la passione per la Lazio e lo stadio. Cos'era per lui l'amicizia? E quanti amici continuano ad esservi vicini e con quanti di loro siete rimasti in contatto?

“I rapporti che si creano allo stadio, in particolare in curva, sono difficilmente immaginabili per chi ne è al di fuori. La maggior parte dei suoi amici più cari Gabriele li ha conosciuti proprio qui, continuandoli a frequentare anche nella quotidianità. Sono orgoglioso di ciò e di come questi ragazzi siano i primi a ricordarlo e i primi a non dimenticarlo mai. È un sinonimo di amicizia vera in un contesto da tanti non considerato adatto”.

Quella per il calcio era una passione che Gabriele praticava anche. Ti va di raccontarci il Gabriele calciatore?

“Ha vestito la maglia della Vis Aurelia. Il Gabriele calciatore era un grandissimo sportivo. Ha giocato in tutte le categorie: dai pulcini alla prima squadra. Questa squadra lo ricorda ancora vivamente. Era forte, io per fare un paragone con un giocatore laziale che ho sempre amato per caratteristiche, lo avvicinavo a Casiraghi. In campo metteva il cuore, come d'altronde nella vita di tutti i giorni”.

Clicca qui per leggere l'intera intervista e vedere il video di Cristiano.

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