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Ecco come gli ultras fanno la guerriglia urbana Proiettati in Tribunale i filmati degli scontri al Sinigaglia in occasione di Como-Varese,
06 Luglio 2005 - letto 3260 volte
Una videocassetta choc: è stata
proiettata ieri mattina in tribunale come
prova dell’accusa contro tre dei presunti
responsabili dei disordini prima della
partita di calcio tra Como e Varese
dell’11 febbraio 2001.
In aula il teleschermo ha inviato sequenze
da guerriglia urbana, impressionanti
soprattutto per i non addetti ai lavori,
i tanti ancora convinti che il calcio
sia un gioco, nient’altro che un gioco e
che l’incontro tra due formazioni debba
essere una rappresentazione festosa.
Proiezione nel più assoluto silenzio,
interrotto solo da qualche richiesta di
precisazione da parte del giudice Giuseppe
Donato Bocelli o dell’avvocato Renato
Piccinelli, difensore dell’unico imputato
presente in inappuntabile doppiopetto,
riconosciuto
perché era in giacca militare mimetica:
«Io non ho partecipato ai disordini.
Ero solo presente alla partita», sarebbe
la sua tesi.
Allora aveva barba e baffi, ma secondo
la polizia di Como e di Varese, era lui
che si chinava a raccogliere sassi e a lanciarli
e nel filmato si vede, di spalle, un
soggetto che gli assomiglia, soprattutto
per l’inquadratura sulla nuca. A processo,
altri due tifosi del Varese,. Sono
difesi d’ufficio dagli avvocati Arnaldo
Giudici e Lucilla Gagliardi.
A vario titolo, riguardano una ventina
di ultras del Varese le ipotesi di reato come
il travisamento, il danneggiamento, il
lancio di oggetti pericolosi, la resistenza
e le lesioni a pubblici ufficiali, mentre
era caduta l’apologia presunta in seguito
allo sbandieramento di svastiche, croci
celtiche e striscioni razzisti.
Le sequenze trasmesse ieri al rallentatore
riguardano i tafferugli avvenuti intorno
allo stadio, tra urla, improperi, sassaiole,
spari di petardi, lanci di aste di
bandiere.
Gli ultras si schierano compatti in formazione
a testuggine: davanti, una palizzata
di ragazzotti con sciarpe e passamontagna,
in modo da non essere riconosciuti
e da nascondere la retrovia, dalla
quale partivano i lanci di oggetti. In
assetto antisommossa, i poliziotti che ad
un certo punto hanno caricato e i comaschi,
fino a quel momento tenuti a distanza,
si sono fiondati sulla scìa degli
agenti per aggredire gli avversari. Scontro
evitato.
Gli operatori con la telecamera hanno
lavorato senza casco e senza protezioni,
un’attività a forte rischio e quando i colleghi
sono riusciti a cacciar tutti dentro
il “Sinigaglia”, mantenendo ampi spazi
tra le opposte tifoserie, hanno tentato ancora
di venire in contatto, come documentano
le immagini.
Il giudice ha silenziato il sonoro, per
evitare interferenze in cuffia alla stenotipista,
ma la mimica, la gestualità, i movimenti
sono apparsi più efficaci delle parole
e nei brevi attimi in cui il volume è
stato alzato, sono risuonati i colpi secchi
dei petardi e dei sassi. L’occhio elettronico
ha passato e ripassato più volte volti e
figure in curva ospiti, tra spalti pieni di
fumo: nello stadio, gli ultras si sono tolti
il mascheramento e per risalire all’identità
di ciascuno, la polizia ha attribuito
ogni faccia all’abbigliamento e la figura
così ricostruita è stata confrontata con
quelle fuori. Un lavoro certosino, ore ed
ore di esami dei fotogrammi e non è finita.
Infatti, al fischio finale, i supportes del
Varese, almeno per quanto circostanzia
il filmato, sono rimasti chiusi nello stadio
per dar tempo ai comaschi di uscire
ed andarsene e per non far mescolare i
facinorosi dell’una e dell’altra fazione.
Poi, sono stati messi in fila: ognuno,
uscendo, è stato inquadrato e ha declinato
le proprie generalità. Intruppati, sono
stati portati in stazione, ma non si sono
arresi.
Qualcuno contava, secondo l’esperienza
degli agenti, di sfuggire agli accertamenti
sulle responsabilità, per il cambiamento
d’abito prima e dopo la partita.
Pensava che sarebbe bastato togliersi il
giubbotto per confondere le verifiche.
Non ha pensato giusto: la polizia s’è incaponita
tanto quanto coloro che a tutti i
costi hanno cercato il tafferuglio per ragioni
che la ragione dei comuni mortali
non conosce. Era una bella domenica di
primavera incipiente. Era soltanto una
partita di calcio.
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