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Capriole e scricchiolii nel salvataggio Lazio
27 Luglio 2003 - letto 2246 volte
Continua l'inchiesta da parte di Marco Liguori e Salvatore Napolitano sugli strani movimenti del calcio italiano. Tocca alla Lazio.

Il Manifesto 26/7/2003

Il complicato piano Baraldi
L'operazione di salvataggio della squadra capitolina si poggia su un aumento di capitale e su un debito rateizzato verso l'Erario. Ma la società biancazzurra non ha le garanzie bancarie e le condizioni necessarie, previste dall'Agenzia delle entrate, per casi simili. Eppure per la Covisoc è tutto a posto
Marco Liguori
Salvatore Napolitano

E' una confessione in piena regola, per giunta ribadita. Peccato che nessuno, specialmente ai piani alti della Federcalcio, della Covisoc e della Lega, abbia avuto voglia di prenderla in considerazione, né sembra abbia intenzione di farlo nei prossimi giorni. Del resto, come è ormai noto a tutti, questa distrazione verso i conti della Lazio è una disdicevole consuetudine. La confessione in questione è stata firmata da Luca Baraldi. L'amministratore delegato della società biancoceleste l'ha affidata alle pagine 10 e 84 del «Prospetto informativo dell'aumento di capitale», appena terminato con successo, e depositato presso la sede della Consob, la commissione di controllo sulle società quotate in Borsa. In esse si legge che al 31 marzo scorso il rapporto tra ricavi e indebitamento era pari a 0,47: dunque ben al di sotto di 3, valore minimo richiesto dalle norme federali per l'ammissione al campionato. Per i lettori del Manifesto non è una novità, poiché nel numero del 3 maggio scorso il valore del parametro era stato stimato intorno a 0,45. L'interrogativo sorge allora immediato: come ha fatto il rapporto a balzare in poco meno di quattro mesi da 0,47 a 3? Sono i misteri che abbondano da tempo in casa laziale.
Basta però un calcolo aritmetico da scuola elementare per chiarire la situazione. I ricavi della Lazio dell'esercizio precedente erano ammontati a 111,9 milioni di euro. Dunque, affinché il rapporto potesse valere lo 0,47 ammesso da Baraldi, l'indebitamento doveva essere di 238,08 milioni. Anche ipotizzando che dal 30 marzo ad oggi esso non sia aumentato, circostanza irrealistica perchè la gestione produce da un paio di anni perdite mensili nell'ordine dei 7 milioni, l'aumento di capitale da 110 milioni appena concluso ridurrebbe l'indebitamento a 128,08 milioni. Dunque, il rapporto sarebbe pari a 0,87, ampiamente lontano dal traguardo imposto dalle Noif.
Eppure la Lazio ha superato di slancio l'esame della Covisoc. Il motivo potrebbe essere ricercato nel fatto che a Formello abbiano contabilizzato il debito verso l'Erario, che al 30 aprile scorso ammontava a 75,5 milioni, come se già fosse stato suddiviso in dieci annualità. E dunque abbiano considerato solo la prima rata da 7,55 milioni. Ciò per la richiesta, fatta all'Agenzia delle Entrate di Roma, di suddividere il pagamento proprio in dieci parti. Ma un simile modus operandi non regge: perché mai l'Erario dovrebbe accettare la richiesta laziale, per giunta senza alcuna garanzia bancaria? E perché mai la Covisoc avrebbe chiuso gli occhi, dando per scontato il sì dell'Erario? E' il solito, gigantesco problema del conflitto d'interessi, che riunisce nella stessa persona, Franco Carraro, il ruolo di presidente federale e di presidente di Mcc, banca d'affari del gruppo Capitalia, azionista della Lazio nonché garante del successo del recente aumento di capitale. Lo stesso Baraldi era consapevole della difficoltà di soluzione del problema con il Fisco, perché, per ben cinque volte, nel Prospetto informativo ha ripetuto che «il Piano di ristrutturazione e quello industriale si fondano sull'ipotesi che la Società riesca ad ottenere dalle competenti Autorità una congrua rateizzazione non accompagnata da garanzie esterne, per le quali le banche che garantiscono il buon esito dell'aumento di capitale, si sono dichiarate non disponibili». Basta andare alle pagine 10, 26, 45, 55 e 84 per leggere questa litania. E se le banche hanno negato le garanzie è perché Baraldi le ha chieste, ben conoscendo l'obbligo di legge.
Infatti, la normativa che disciplina le dilazioni di pagamento verso l'Erario si regge sull'articolo 19 del D.P.R. 602 del 1973. In esso è scritto che la rateizzazione può essere concessa per un massimo di 60 rate mensili (dunque cinque anni e non dieci come vorrebbe la Lazio) con l'obbligo di garanzie bancarie se il debito supera i 50 milioni. Attenzione: si tratta di lire e non dei 75,5 milioni di euro, poco più di 146 miliardi della nostra vecchia valuta, dovuti dalla Lazio. Né appare applicabile il punto 3 dell'articolo 3 della legge 178 dell'8 agosto 2002, che consente all'Agenzia delle entrate di concedere la dilazione «anche a prescindere dalle condizionidi cui all'articolo 19» in caso di «accertata maggiore economicità e proficuità rispetto alle attività di riscossione coattiva, quando nel corso della procedura esecutiva emerga l'insolvenza del debitore o questi è assoggettato a procedure concorsuali». La Lazio non rientra assolutamente in alcuna di queste ipotesi. Di più, il Fisco è tenuto ad incassare subito il suo credito, in presenza dei mezzi freschi provenienti dall'aumento di capitale. Resterebbero dunque 30 milioni di euro liquidi, del tutto insufficienti a sanare la situazione economico-finanziaria. Per cui il piano di ristrutturazione, per attuare il quale la Lazio ha chiesto i soldi al mercato, si fonda su una circostanza estremamente aleatoria.
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