Escono di casa alle tre del pomeriggio diretti verso lo stadio per una partita che inizia alle venti e trenta. Giovani e meno giovani attraversano la città riuniti a piccoli gruppi con sciarpe e bandiere. Grida, canti, propositi bellicosi. Giunti all’Olimpico, molti cominciano ad ammassarsi davanti ai cancelli. Specialmente in curva, un grande numero entra gratis, contando sul fatto che i controllori dei biglietti, di fronte alla marea umana, rinunciano alla verifica. Una volta dentro, i più facinorosi si distinguono subito con offese e dileggi fatti apposti per favorire la reazione degli avversari.
Colpisce la sicurezza che dimostrano: pur sapendo di essere ripresi dalle telecamere, non hanno timore di venire individuati. Conoscono l’iter burocratico che potrebbe comportare un eventuale riconoscimento: lo mettono in conto senza troppe remore. Anzi, le identificazioni ricevute, in certi ambienti, costituiscono motivo d’orgoglio. Questi teppisti fanno leva su qualcosa che nessuno gli ha garantito ma di cui sembrano andare fieri: l’impunità. Così le tribune si trasformano in una pianura del Serengeti dove al posto delle belve predatrici compaiono uomini, i quali non aspettano altro che darsele di santa ragione. Una nutrita schiera, ormai lo sanno tutti, va allo stadio solo per questo: non certo per vedere la partita.
Quello che è accaduto in occasione del derby prima ancora che i giocatori scendessero in campo, quello che accade in pratica ogni domenica durante il campionato di calcio, contribuisce a formulare alcune domande tuttora inevase che non possono essere rivolte soltanto ai diretti interessati ma riguardano tutti noi, in un modo o nell’altro. Chi sono questi individui? Perché utilizzano lo sport in maniera strumentale? In quali oscuri antri affonda la loro sete di violenza?
Del fatto che l’uomo non sia una creatura rassicurante troviamo conferme ogni giorno, sebbene non sia facile prenderne atto e accettare le mutevoli forme in cui ciò acquista evidenza. Eppure, gli antropologi insegnano, l’aggressività e la voglia di sopraffazione è la norma della specie cui apparteniamo. Se gli stadi sono diventati ormai da tempo luoghi molto spesso infrequentabili dalle famiglie, relegando sempre più il calcio ad esperienza virtuale da ammirare sullo schermo, non possiamo illuderci di poter affrontare il problema specifico solo in termini organizzativi.
La violenza negli stadi chiama in causa i profili culturali che le società industriali avanzate come la nostra inevitabilmente fanno propri: culto delle immagini vincenti, elogio della volgarità, successo come valore intrinseco, vergogna nei confronti della sconfitta, disprezzo per i mediocri.
Di fronte a tutto ciò, nessuno di noi può credersi al sicuro: ecco perché non dovremmo considerare i filmati che abbiamo visto sui tafferugli scoppiati in tribuna Tevere ieri l'altro come una semplice questione d’ordine pubblico.
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