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Roma, i tifosi fanno fuori Cassano
25 Luglio 2005 - letto 2458 volte
Contestazione da record nei tempi e nell’asprezza, poi stemperata da un chiarimento core-a-core con i tifosi
L’ultimo vaffa gli è costato - in un colpo solo - la fascia di vice capitano, il primo serio faccia a faccia col nuovo allenatore e una contestazione da record nei tempi e nell’asprezza, poi stemperata da un chiarimento core-a-core con i tifosi. L’ennesimo capitolo della vita perennemente contro di Antonio Cassano si è aperto così: uguale al precedente e, con ogni probabilità, anche al prossimo. «Ma ora la musica è cambiata», dicono tra Castelrotto e Trigoria, dove in mezzo a sentenze che pesano come pietre e problemi di ogni tipo, si prova a costruire un futuro lontano dagli incubi finiti solo il 22 maggio, in cima a una stagione devastante, fatta di allenatori in fuga e giocatori ribelli, di illusioni e cassanate. Bergamo, penultima di campionato: Atalanta-Roma 0-1, i tre punti buoni a salvarsi. Gol di Cassano, proprio lui, mezzo zoppo ma pronto a stringere i denti, allora, la fascia di capitano al braccio per la lunga squalifica di Totti. La Roma si salvava, ma col barese recuperato all’insofferenza del gruppo soprattutto dalla pazienza e dal carisma di Bruno Conti non c’erano brindisi.

A dodici mesi dall’addio di Capello, che nell’inverno del 2000 aveva messo in croce Sensi per averlo a Trigoria («Presidente, nel Bari c’è un fenomeno assoluto», «Me l’hanno detto, ma vogliono 60 miliardi di lire», «Lo so, ma li vale tutti»), Cassano pareva a un passo dal divorzio. E dal nuovo abbraccio con il tecnico amato-odiato nelle sue prime tre stagioni giallorosse: «Capello mi manca», l’annuncio del bizzarro talento nel cuore dell’inverno, addirittura alla vigilia di Roma-Juventus. «Vattene da Capello, sei come lui», gli hanno urlato non per niente ieri i venti tifosi più inferociti, stanchi della telenovela. «Una cassanata al giorno toglie la Roma di torno», ironizzavano i fans laziali già un paio di anni fa, quando la liturgia delle sceneggiate del Totò di Bari vecchia era ormai una leggenda metropolitana.
Un rimprovero di Capello, il puntualissimo vaffa di Cassano, la fuga da Trigoria; poi, qualche ora dopo, la telefonata di Galbiati o Bencivenga («Ma dai, Antonio, che vuoi sia successo? Vieni ad allenarti, domattina, che il mister ti vuole bene...»); salvo replicare la scena l’indomani, all’infinito. Un urlo, un vaffa , un perdono. Capello imparò a sgranare il rosario in silenzio. Cassano lo insultava, lui faceva finta di non sentire. Antonio ne parlò con rabbia, appena gli comunicarono che don Fabio aveva scelto la Juve: «Quando ve lo dicevo io, che di uno così non vi dovevate fidare... Meglio così, voltiamo pagina». Ma voltarla fu dura, eccome. Prandelli, Voeller, Sella, Delneri: sotto a chi tocca. Non si salvò nessuno dalle impennate del talento tornato dagli Europei portoghesi con le definitive stimmate del fenomeno. E seccatissimo con il club, in ritardo nel proporgli il rinnovo del contratto in scadenza a giugno 2006: «Dovevano presentarsi prima. Se arrivano adesso, non so se trovano la porta aperta». Un bel vaffa a Prandelli, allora, che pure aveva avuto (con Baldini) la pazza idea di responsabilizzarlo nominandolo vice capitano; scontro a muso duro con Voeller; scenata con Sella; baruffa vera con Delneri, combattuto dalla voglia di metterlo fuori «rosa» e quella di provare a fargli da papà, come Capello; mani addosso a Pradé. In mezzo a uno spogliatoio sempre rovente e a una società da un lato incapace di gestire le bizze del giovanotto inquieto e, dall’altro, troppo incline a farne il capro espiatorio della crisi.

Pareva davvero nell’aria il divorzio («Per motivi comportamentali, prima che economici», giuravano a Trigoria), in cima a nuovi contrasti: l’offerta di rinnovo «modesta» per le ambizioni di Cassano, la presunta pressione della Juve, il tentativo del club di dare un taglio netto al passato, all’insegna della «normalità» predicata da Spalletti. Poi è arrivata la batosta della Fifa, confermata dal Tas. Non si può comprare ed è difficilissimo vendere per soli contanti. Così Cassano resta, salvo calamitare concretamente le attenzioni di Moggi (e Capello) e magari di Moratti. I soldi alla Roma servirebbero (tra un anno Totò si svincola a parametro zero), la tranquillità ancora di più. A Spalletti sono bastati pochi giorni sulle Dolomiti per fiutare l’aria elettrica, cogliere una battuta fuori luogo dell’interessato («Questo si crede di stare ancora a Udine...»), sfilargli dal braccio la fascia da vice Totti. Ed ecco allora i nuovi mugugni, la minaccia di chiedere subito al club il saldo di 800 mila euro arretrati di diritti di immagine, il confronto con gli ultrà finito nell’albergo del ritiro: «Fosse per me, io rimarrei a Roma a vita». Ma sì, alla prossima puntata.
Stefano Petrucci

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