Perché la Viola non è come la Juventus
22 Agosto 2003 - letto 1144 volte I sospetti e le perplessità di Firenze dopo il terremoto politico che ha riportato in B la Fiorentina Non credete ai titoli sui giornali, alle dichiarazioni ufficiali, ai titoli strillati dalle civette di fianco alle edicole. Perché da quell'insieme ricaverete di Firenze l'immagine di una città felice e grata per il regalo della B, graziosamente confezionato da governo e presidenza federale; e di una tifoseria entusiasta di ritrovarsi a un solo anno di distanza nella categoria da cui era stata cacciata, senza dover affrontare almeno un altro anno di purgatorio. Non credete a tutto ciò, perché sotto la superficie ribollono gli umori di una città e di una tifoseria stupite innanzitutto, e lacerate dall'atteggiamento da assumere verso un precipitare degli eventi che ha fatto proprio del club viola il beneficiario più fortunato del terremoto politico-calcistico di questi giorni. Per capire il motivo di tanto spiazzamento bisogna avere percezione dell'atteggiamento tenuto dall'ambiente viola da un anno a questa parte, dai giorni in cui la Federcalcio decretò la non iscrizione della Fiorentina al torneo di serie B 2002-2003, e consentì alla nuova società (la Florentia Viola) di ripartire subito dalla serie C2. La compostezza con la quale città e tifoseria accolsero il provvedimento federale non fu dovuta soltanto alla volontà di liberarsi, a qualunque prezzo, di Vittorio Cecchi Gori; ma anche da un fortissimo senso morale collettivo che portava a riconoscere nell'inflessibilità delle regole l'unica garanzia per ricominciare, proprio da Firenze, dando vita a un modello di club contrapposto alle imperanti follie del calcio italiano. Il tutto senza mostrare alcuna (e immotivata) gratitudine verso i poteri federali per il «regalo» della C2; quegli stessi poteri federali che avevano protetto Vittorio Cecchi Gori nella sua opera di distruzione della Fiorentina, e che s'incarnano in Franco Carraro, colui che nel corso di una puntata di Porta a porta andata in onda pochi mesi prima del disastro affermò che i bilanci del club viola erano regolari. A partire da quest'atteggiamento d'intransigenza morale, l'ambiente viola ha vissuto l'anno di C2; reclamando per altri casi (persino più gravi, come quello della Lazio di Cragnotti) la medesima inflessibilità che era stata usata nei suoi confronti, e alimentando attraverso il tifo organizzato un contenzioso legale contro la federcalcio e le sue inadempienze. In queste condizioni, persino gli anni da trascorrere fra C2 e B in attesa del ritorno in serie A costituivano una prospettiva sopportabile, assorbita da un'autorappresentazione collettiva che faceva della Viola (nel frattempo tornata a chiamarsi col suo nome) un'entità esemplare, capace di combattere per riappropriarsi di un passato glorioso e costruire un futuro più solido. E' in un ambiente così animato dalla retorica di un nuovo inizio che il provvedimento di ripescaggio in una serie B allargata a 24 squadre deciso mercoledì dalla Federazione si è inserito. Provocando sospetti e perplessità più che consensi. Dai primi commenti raccolti sui siti internet, o nelle trasmissioni radiofoniche, questo stato d'animo emerge nella sua interezza. La gioia per la riammissione in B cede il passo al dispetto di quanti da questa compagine di potere del calcio italiano mai avrebbero voluto ricevere un regalo, e non dimenticano che l'inflessibilità mostrata verso la Fiorentina non ha avuto seguito in circostanze successive. Ma è soprattutto il dispetto per la contaminazione della nuova identità a affermarsi con forza, col ritorno per decreto nel calcio dei folli e dissennati, e col rischio che la fresca immagine di club sano e incorrotto muti di colpo in quella della società garantita da protezioni politiche e salvacondotti. Tutto il contrario di ciò che, storicamente, Firenze e la Fiorentina sono state nel calcio italiano. Non è un caso che in queste ore, nei crocicchi di tifosi, si esterni il timore che dal mondo esterno la Fiorentina venga percepita «come la Juve». Il più crudele e beffardo dei destini, per la città e la tifoseria più anti-juventine d'Italia, che proprio per la mancanza di protezioni nel palazzo del calcio hanno dovuto subire l'onta della cancellazione e della C2. E che adesso si vedono accusare di favoritismo e di contiguità coi poteri forti del calcio dagli odiati cugini pisani, i più direttamente danneggiati (avendo perso lo spareggio per la promozione in serie B con l'Albinoleffe, erano insieme al Martina i principali candidati al ripescaggio) da una misura che ha anteposto motivazioni politiche a ragioni di merito sportivo. A margine di tutto restano alcuni interrogativi cui, probabilmente, mai verrà data risposta. Perché tutto questo? Perché proprio alla Fiorentina è toccato in destino d'essere destinataria degli opposti eccessi di un blocco di potere del calcio che si rivela in tutta la sua inettitudine? PIPPO RUSSO, Il Manifesto, 22 ago 2003 Fonte: Il Manifesto Notizie correlate Juventus
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