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Noi romanisti e i razzisti ultrà.
01 Febbraio 2006 - letto 3620 volte
Sarà stato per via dell'arrivo (neanche poi in massa, a dire il vero) dei tifosi livornesi, notoriamente e orgogliosamente rossi. Sarà stato perché si è appena celebrato il giorno della memoria. E la cosa potrebbe aver eccitato gli umori più belluini dei gruppi di nazisti che controllano e governano una parte importante degli stadi, in questo caso l'Olimpico: la curva sud quando gioca la Roma, la curva nord quando gioca la Lazio, tutte e due le curve insieme quando c'è il derby. O sarà stato per qualche altro motivo ancora, chissà quale.

Resta il fatto che ieri, allo stadio Olimpico, partita Roma-Livorno, i gruppi in questione si sono presentati come ci si presenta a un appuntamento importante, o a una parata in divisa. Una quantità imponente di croci celtiche. Alcune svastiche. Un Gott (nello striscione, più familiarmente, Got) mit uns. Un drappo raffigurante duce con elmetto e due fasci littori, e un altro, più piccolo, raffigurante sempre duce con elmetto e scritta: dux, credereobbedirecombattere, ostentato da un tale corpacciuto, senza elmetto ma con più prosaico zuccotto. Ancora un drappo, ma di interpretazione politica almeno in prima battuta più difficile, inneggiante alla «tradizione cattolica», con vistoso (e blasfemo) Sacro Cuore. Si potrebbe continuare a lungo, meglio fermarsi qui. Per segnalare, piuttosto, il momento clou della parata. E cioè l'esibizione, per alcuni minuti, di un grande e disgustosissimo striscione («Lazio-Livorno, stessa iniziale, stesso forno») che la dice lunga sul quoziente intellettuale di questi gruppi e sulla loro, diciamo così, matrice.

Chi scrive ieri era all'Olimpico, tribuna Tevere, come gli capita da una vita quando gioca la Roma (la prima volta lo portò il papà, stagione '60-'61, Roma- Fiorentina 1-3). Chi scrive era ed è anche felice, nonostante questi orrori, perché trova fantastica la sua squadra, che si onora, come recita il bel canto di curva, di non aver lasciato mai sola nei (numerosissimi) momenti grami. Chi scrive, infine, rifugge dai facili anatemi sugli ultras, e cerca semmai di capire, visto che la curva di un grande stadio è, dopo i concerti, il luogo dove è possibile vedere insieme, a condividere un evento collettivo, il maggior numero di ragazzi e, da parecchi anni, anche di ragazze. Bene, anzi, male. Stavolta c'è poco da capire. Non c'è nemmeno da raccontare, per l'ennesima volta, come una curva storicamente fantastica e storicamente di sinistra (l'una cosa non è, ovviamente, conseguenza dell'altra) resti coreograficamente bella, ma faccia pure paura, fino a somigliare a un incubo. E non vale ricordare quello che, quando si parla di Roma e della Roma, si dimentica, e cioè che in molte altre curve capita lo stesso.

E' giusto sottolineare, piuttosto, che c'è una parte non piccola della curva Sud che è ultrà, sì, ma sarebbe pure disposta a fare quel che può per non lasciare campo libero ai gruppi organizzati di estrema destra. Ieri questi tifosi (disorganizzati o quasi) sono riusciti un paio di volte a sovrastare con cori di incitamento alla Roma le canzonacce intonate dai nazisti. Semmai siamo stati noi, gli altri quarantamila, involontari rappresentanti all'Olimpico di moltitudini di appassionati, che non abbiamo dato loro una mano: ce ne siamo stati zitti, non abbiamo seppellito di fischi lo striscione antisemita per pretendere, se l'arbitro preferiva non vederlo, che fosse subito tolto di mezzo.

Anche di questo, oggi, converrebbe parlare. E magari converrebbe pure porre qualche domanda a proposito della legge contro la violenza e il razzismo negli stadi. Ci deve essere qualcosa che non va, se decine di migliaia di persone normali che vanno alla partita vengono riguardati quasi fossero potenziali delinquenti, al punto che non possono più neanche comprare il biglietto allo stadio, e nel medesimo stadio non degli alieni, ma dei soggetti facilmente individuabili fanno entrare tutte le porcherie che vogliono. O no?
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