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La fiction sul Grande Torino tra commozione e realtà
29 Settembre 2005 - letto 1539 volte
Il film in due puntate trasmesso da Rai Uno sul Grande Torino ha lasciato dietro una striscia di commenti più o meno positivi. I tifosi granata l'hanno accompagnato con grande emozione, magari non del tutto convinti dalla storia, ma appagati che si parlasse della loro squadra simbolo, di un’idea, anzi di un'ideologia che si è cercato di tramandare di padre in figlio. I non appassionati di calcio o i tifosi di altre squadre hanno scoperto un mondo che gli fu solo raccontato, ma che non hanno mai vissuto in prima persona. Si dice che qualcuno si sia addirittura convertito alla nuova fede granata. Gli stessi acerrimi rivali della Juventus hanno reso omaggio ad una squadra che ha costruito un'epoca e ha creato le basi del calcio moderno. I meno convinti riguardo alla fiction sono alcuni famigliari degli eroi di Superga, che si sono sentiti quasi infamati, com'è successo alla famiglia Ballarin, soprattutto all'attiva Nicoletta, il cui nonno era Dino, il portiere, proprio colui che salì sull'aereo per premio (al posto di Gandolfi) e trovò la sua tragica fine. "Tutta la famiglia è rimasta allibita e delusa. A noi il film non è piaciuto" commenta Nicoletta, che proprio da poco ha messo in piedi il sito sul Grande Torino (www.ilgrandetorino.net) e ha scritto un libro sui fratelli Ballarin. "A mio zio Aldo e a mio nonno hanno fatto fare la parte dei veneti scemi. Verso la fine del film hanno accentuato troppo la parlata veneta", rincara la dose Nicoletta che aggiunge ancora "Il Grande Torino era solo un contorno, hanno sbagliato il titolo. Oltretutto non hanno dato peso per niente a zio Aldo, che in quegli anni era considerato il miglior terzino di tutto il mondo, non so se mi spiego". Un altro celebre nipote, Nicolò Menti, il cognome dice già tutto, che perse due nonni nella tragedia (il figlio di Menti e la figlia di Grezar si unirono in matrimonio dopo essersi conosciuti a Superga), ha preferito addirittura non vedere il film, un po' perché prevenuto, ma anche per la sua estrema sensibilità "Non l'ho visto perché sono convinto che mi avrebbe dato un po' noia, allora ho evitato". A Daniele, giornalista e tifoso ascolano, il film è stata una folgorazione “E’ una bella storia, per me, che sono un nostalgico, aumenta il rimpianto per essere nato troppo tardi. Credo sia stato interessante presentare in questo modo la leggenda, perché è stato un film "non da tifosi", quasi un documentario, trovo fantastico infatti aver fatto vedere a tutti quello che quella squadra è riuscita a fare nel contesto di una storia "sociale" (la famiglia del sud che emigra) figlia del tempo”. Insomma pareri discordanti che hanno però un denominatore unico: il Grande Torino, ancora oggi, è vivo, questo è il segno della sua immortalità. E’ una leggenda che resiste al passare del tempo, infischiandosi di audience e pubblicità.

Marina Beccuti

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