Il ventennale delle "Weisschwarz Brigaden" di Cesena
17 Ottobre 2001 - letto 19098 volte CESENA - Nell’autunno del 1981, quando ancora i tubi Innocenti facevano da contorno al prato della Fiorita, nel “curvone” apparve il primo e unico striscione in tedesco che il calcio nostrano ricordi. Lo striscione riportava la sigla “Weisschwarz brigaden”, il nuovo marchio di fabbrica degli ultras del Cesena, un marchio che andava a rilevare quello delle “Brigate Bianconere” degli Anni ’70. Il perché del nome in tedesco è fin troppo facile da spiegare: è una delle prime nozioni che si imparano al bar o dal barbiere. Weisschwarz brigaden era un omaggio all’austriaco Walter Schachner, il primo straniero “vero” sbarcato in Romagna. Schachner veniva dall’Austria Vienna, aveva due baffoni da taverniere e tutti ne parlavano benissimo, nonostante un prezzo da media punta di serie B (700 milioni). Il Cesena era appena stato promosso in serie A con la magnifica epopea di Bagnoli, e si affidava in panchina a Giambattista Fabbri per centrare la salvezza. Walter si presentò alla Fiorita in un’amichevole d’agosto con il Milan, che sfoggiava il suo nuovo centravanti scozzese Joe Jordan. Pienone sui tubi Innocenti e Cesena-Milan 2-0: Schachner, Schachner. Fu la prima, incancellabile scintilla per lo striscione-simbolo del mondo ultras cesenate. Un mondo che ha compiuto 20 anni, due decenni fatti di colore e calore, di tifo sanguigno e provinciale, macchiato a volte da aspetti discutibili, come l’inaccettabile ricerca della violenza da parte delle sue frange più estreme. Eppure quello della curva resta un mondo che non manca di un suo fascino: in fondo, quando un bambino comincia ad andare allo stadio, magari in gradinata o in tribuna, la prima cosa che fissa incantato non è il campo, ma la curva, quel miscuglio di cori e di colori di contorno allo spettacolo della partita. E soprattutto nel decennio 1980-90, quello delle Wsb fu vero spettacolo. LE TRASFERTE - Forte di sezioni storiche come Novara, Trento e Zurigo, i favolosi Anni ’80 del calcio a Cesena furono teatro di veri spostamenti di massa. Picchi mai raggiunti si ottennero nel 1986-’87, l’anno del capolavoro di Bruno Bolchi, con Cavasin e Sala a comandare in campo il talento purissimo di Sebastiano Rossi, Rizzitelli, Bordin e Aselli. Nella penultima giornata al Dall’Ara di Bologna ecco settemila tifosi del Cesena a ricoprire per intero la curva San Luca. Ed è proprio sotto quella curva che Rossi para un rigore a Stringara bloccando il pallone e con la sfera sotto il braccio si gira ad indicare la sua gente. Alla fine sarà 2-1 per il Bologna, ma sette giorni dopo il 2-1 con il Catania apre del porte degli spareggipromozione con Cremonese e Lecce. Sono partite che segnano la storia del Cesena e del suo tifo, con la diretta Rai che inquadra una squadra che sposta cuori e sciarpe da tutta la Romagna, sia che si giochi a Pescara, a Modena o nel teatro indimenticabile del “Riviera delle Palme” di San Benedetto. La serie A consolida e nobilita il movimento ultras di Cesena in tutta Italia. Non servono più le strisce di carta da distribuire all’ingresso per ricoprire il curvone. La sciarpa del Cesena in serie A diventa uno status simbol: i ragazzini la portano a scuola, in centro, in discoteca. Per anni nelle discoteche di Cesena, Cesenatico e Cervia, imperversa un giochino tipico del disc-jockey, che abbassa il volume a zero e tutta la pista comincia a cantare “chi non salta è un bolognese”. Nessuno ha mai capito da dove sia cominciata questa moda, eppure è successo per anni. Anni passati allo stadio tra coreografie spettacolose ed anche incidenti poco edificanti. Si sgretola col tempo il gemellaggio con il Parma, resistono quelli storici con Brescia e Mantova, terribili i rapporti con Pescara, Fiorentina, Verona, Bologna e Pisa. E dal caso-Agostini in poi, i derby con il Bologna diventano poi qualcosa di più di una partita di calcio:il Manuzzi e il Dall’Ara si trasformano in due arene, con un clima unico che a volte degenera fino a diventare irrespirabile, fino all’ultimo, gravissimo eccesso. Il 12 maggio 1996 il Bologna di Ulivieri passa 2-3 al Manuzzi e nel dopo-gara il parcheggio della curva Mare è teatro dei più violenti incidenti della storia recente. IL TIFO - Ma lo spazio vero per ricordare un ventennale lo merita solo la parte sana, composta da chi negli anni ha speso soldi, passione e nervi per il calcio e per il Cesena. Una passione che sfociò nell’ultima vera trasferta fiume del 15 giugno 1994 a Cremona, nello spareggio per la A perso contro il Padova. Vinsero i veneti 2-1, ma le immagini di Piraccini a braccia larghe davanti alla curva bianconera che applaude resteranno indimenticabili per chiunque fosse presente quel pomeriggio allo “Zini”. Perché la parte migliore del tifo del Cesena è questa: è la forza di organizzare comunque una festa il giorno dopo uno spareggio perso (e nel 1994 la festa fu commovente), è l’orgoglio umile di non sentirsi inferiori a nessuno, sia che si vada in trasferta a Lumezzane o a San Siro. E’ la civiltà di sapere vincere o perdere e di lasciare comunque in pace i giocatori lontano dallo stadio. GLI IDOLI - Una caratteristica dell’ultras cesenate è quella di non fermarsi alla banalità, e nel corso degli anni gli idoli non sono state solo le stelle di prima grandezza (Schachner, Agostini, Hubner, Tramezzani e così via) ma anche e soprattutto i giocatori di cuore, dal poeta della fascia Fabio Aselli all’Eternauta Adriano Piraccini, dal talento pazzo di Roberto Barozzi alla corsa gobba di Paolo Ponzo, che ha conservato addirittura un club a suo nome a Milano Marittima. Alcuni giocatori poi erano talmente scarsi che facevano tenerezza, e quindi a loro modo diventavano dei beniamini. Così, durante l’amichevole del Manuzzi (era il 20 settembre 1989) tra Italia e Bulgaria, la maggior parte degli italiani davanti alla tv si chiese chi diavolo fosse quel Pasquale Traini a cui la cui la curva di casa dedicava di continuo dei cori. Era la stessa sera in cui comparve uno striscione (“Zenga sgasati”) che fece un po’ arrabbiare il portiere di Azeglio Vicini, ma in fondo era solo ironia affettuosa. IL PRESENTE - I venti anni del movimento ultras saranno celebrati domenica prossima al Manuzzi contro l’Arezzo, la squadra che nell’ultima giornata dello scorso campionato ospitò il Cesena e i suoi duemila tifosi carichi di speranza verso l’ultimo appiglio per i play-off. Il teatro della C da una parte ha inevitabilmente ridotto il calore del tifo, un tifo che negli ultimi anni di serie A raggiunse livelli da “tutto lo stadio” inimmaginabili. Ma in un gioiello di stadio costruito in modo che la curva aliti sul collo del portiere, il fattore-campo di Cesena si fa sempre sentire. Le medie domenicali di spettatori (stabilmente attorno alle 5.000 unità) sono superiori a quelle di tanti invidiatissime piazze che possono vedere della serie B. E nell’attesa di tempi migliori, chi va in campo al Maunzzi con la maglia del Cesena sa sempre di trovare una curva con migliaia di cuori pulsanti su cui contare. Notizie correlate Cesena
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