Il tifo di Livorno
01 Dicembre 2004 - letto 3103 volte I Ciampi, il poeta, il bomber, gli ultrà che menano e bevono. E i talenti sprecati di una città Tempo due mesi scarsi e ci ricorderemo di lui, venticinque anni dopo, come di un vecchio debito da pagare, quei pochi intimi sparsi tra Livorno, Casarsa, Roma o Stoccolma, dove finiva quando sbagliava treno. Un omaggio di Nada, uno chissà di Gino Paoli, due parole se ha voglia di Paolo Conte, un live acustico dei Virginiana Miller, dove spunterà non si sa mai Ezio Vendrame, il calciatore poeta, no lui no, lui è a Parigi, pare, disperso, innamorato perso di un indiana che ha la voce di Jane Birkin. Un po di rumore, insomma, mezza pagina in cultura e spettacoli, due amici che gli dedicano una bevuta, quanto basta per coprire le bestemmie facili da indovinare, ovunque sia, del chansonnier meno probabile e meno celebrabile della storia, che biascicava sublime Io non ho lasciato il mio cuore a San Francisco, io ho lasciato il mio cuore sul porto di Livorno. E qualcuno avrà il pretesto e forse anche la voglia di raccontare a uno come Cristiano Lucarelli, giocatore bandiera del Livorno di oggi, chi era quel Ciampi di ieri. Piero Ciampi. Professione poeta, come ha preteso fosse scritto sulla carta didentità. Non hanno fatto in tempo a conoscersi, Cristiano e Piero. Si sarebbero certo piaciuti, a naso, a sangue, a vino. Sarebbero bastati un tavolo, due bicchieri e uno stato di ordinaria ebbrezza. Magari nel suo seminterrato a Roma, dirimpettaio di Moravia e del suo merlo parlante. Il merlo nero col becco giallo che Ciampi cantava e voleva mangiare e Moravia finì per strozzare. Una casa senza porta, il suo ultimo porto di mare, quasi come Livorno, solo che non cerano il mare, i fossi e quasi mai il vento, ma due querce secolari, le uniche cose stabili del suo paesaggio malfermo, davanti alle quali ogni volta sostava quei dieci secondi, e allamico che lo scortava, sempre lo stesso deliquio: Marcellino, pensa che tristezza: questi due alberi stanno qui da secoli, si desiderano da una vita e non riescono ad amarsi, prima di trascinarsi carponi o portato a spalla nella camera dove cera da indovinare solo la branda, nemmeno un comodino, niente mobili, solo un armadio più sfasciato di Piero, niente foto, niente libri e niente specchi. E un water dove dar via lanima ogni volta, sempre la stessa, e tanti incubi, tutti gli incubi possibili, e tante candele accese, nulla di romantico, solo la luce staccata per morosità cronica. E i vuoti di bottiglia, decine, centinaia, che non sono la stessa cosa delle bottiglie vuote, che lui e lamico Francisco Sirigu dIntramontes, ritrattista sardo, si scolavano, in questo mondo e quellaltro. Gli racconteranno a Cristiano, livornese matricolato, che Piero un giorno amava Livorno e un giorno la odiava, ma che soprattutto, se cera qualcosa da amare, amava il vino, gli amici e maglia della squadra, amaranto. Come i lividi melò che si portava dentro. Di quello strano e tipico livornese, gente che trovi sparata sui litorali, che sembrava spettinato anche quando aveva i capelli tagliati a zero, che amava il mare e il mare lo terrorizzava, delle sue fughe. Che scappava a Parigi quando non sbagliava treno, a conoscere Céline e passare per matto, come capitava a Modigliani, livornese pure lui balordo dentro, come Ciampi, come Lucarelli, come i tifosi della nord, a cercare ogni volta la rissa, come tutti i livornesi, non per rabbia, ma per eccesso di socialità, sì, la bagarre dei cuori caldi. Tanto diverso e un po uguale allaltro Ciampi, Carlo Azeglio, lex professore di Lettere al liceo scientifico di Livorno, anche lui un cuore caldo, un vero ultrà sotto lamido presidenziale, il gentiluomo che concede la grazia. Figuriamoci Piero, la grazia fatta persona, la carcassa del Piero, quaranta chili scarsi, a sciacquare dentro il girocollo nero, la sua seconda e poi unica pelle. Quel litigioso di Piero. Sempre a cercare chi gliele dava. Gli racconteranno a Cristiano, il giocatore bandiera, del radiocronista di un vecchio Monza-Livorno che interrompe la diretta per annunciare gravi incidenti sugli spalti. Botte da orbi. Erano i tifosi del Monza che stavano smontando pezzo a pezzo i due fratelli Ciampi, Piero e Bobo, carichi come damigiane, un po troppo espressivi nel testimoniare il loro affetto alla squadra ospite, ma soprattutto la loro ostilità ai tifosi di casa, tra cui ci sarà stato, sicuro, il giovane Galliani che allora montava antenne e tifava Juve quando non era Monza. Bobo adorava Piero al punto di morire due anni dopo con lo stesso tumore alla trachea, lo stesso rantolo, la stessa quantità di vino in corpo e lo stesso ultimo desiderio, Dammi un bicchiere dacqua. Morire di cancro e di acqua, una beffa enorme per due sacrosanti bevitori, i Ciampi Brothers, il fegato ridotto a una poltiglia, che ci davano sotto militamente per morire almeno come la madre Mira, ubriaca e pazza, e ora sepolti tutti insieme nel cimitero dellArdenza, vista mare. Lui che si era bevuto tutta Livorno e mezza Roma, che ogni tanto smetteva di bere, due giorni, due ore, ma bastava poco per ricominciare, perdere una donna, un amico, il suo Livorno che perde, lui che si perde, quelli della Rca che gli chiedono di tradurre Elvis Presley per Little Tony. Grande conoscitore e affabulatore di calcio, come tutti i livornesi, come tutti i Ciampi. Quella volta, a Roma, che sinnamorò non a caso di Agostino Di Bartolomei, e ne parlò per due ore per quanta benzina aveva nelle vene. Ma Piero era anche quello che parlava di Ezra Pound a Imerio Massignan, lo scalatore, per spiegargli senza nessuna speranza di essere compreso che lui, Imerio, le salite le faceva ma non le capiva. Ezra Pound e Jacques Brel, loro sì, le capivano. Lavrebbe amato e insultato uno come Lucarelli, sarebbe stato uno di loro, uno della nord. Per poi spiegargli cartesiano che solo un idiota di talento poteva farneticare la congiura politica, ci vogliono far retrocedere perché siamo di sinistra e portiamo allo stadio i manifesti di Stalin e del Che, e farsi per questo multare di 30 mila euro. E quellidiozia, quella commovente cazzata, gli sarebbe poi sembrata talmente enorme da esaltarlo e da scriverci una canzone. Allo stesso tavolo, lui, Piero, Cristiano, Carlo Azeglio, lArmando, inteso come Picchi, il capitano, figlio di marinai, i ragazzi con la vespina del Bar Paradiso, giocatori, cantanti, portuali e banchieri, che partono lasciando un pezzo di cuore ma tornano sempre per eccesso di cuore. Sarebbe tornato un giorno a Livorno, da vivo non da morto. Lui che aveva fatto in tempo a vedere Ezio Vendrame, uno come lui, uno sprecatore di talento, quella volta salire con i due piedi sulla palla, come le foche al circo, una muta di terzini alle calcagna, e fare la vedetta per salutare lamico Piero in tribuna, luomo del suo destino. E non aveva fatto in tempo a vedere Cristiano Lucarelli, lultimo dei mohicani, meno talento da sprecare, ma stessa follia, diventare oggetto didolatria a Livorno il giorno in cui si lasciò dire: Ci sono i calciatori che si fanno le Ferrari e lo yacht. Io mi sono comprato la maglia del Livorno, rinunciando a mezzo milione di euro per restare, come racconta in un libro, Tenetevi il miliardo, che è una reliquia in tutti i bilocali di Corea e di Shanghai, i quartieri rossi del tifo labronico dove è cresciuto Cristiano. Case di operai che quando vai al cesso lo sa tutto il condominio e quando esci dal cesso cè subito un padre che ti porta allo stadio strangolato in una sciarpa amaranto e, nellintervallo, ti ricorda che sei venuto al mondo per prendere e dare bastonate. Una bestia rara Lucarelli, come non ne nascono più, dicono quelli che lo amano ma anche quelli che lo detestano. Un mito, quasi quanto Italo Piccini, detto Polverina, tifoso e capo storico dei portuali che durante la guerra del Vietnam salì su una nave statunitense ormeggiata in banchina e ci piantò sopra la bandiera vietnamita. Uno che quando perde accusa malori e quando parla dei tifosi dice la mia gente. Che poi sono le Bal, Brigate autonome livornesi, anno di fondazione 99, il numero della maglia di Lucarelli, la curva più politicizzata dItalia, gli ultrà stalinisti degli striscioni in cirillico e delle canotte con il muso del Che. Che allo stadio inneggiano alle foibe e persino a Ceausescu e cantano Questa mattina mi son svegliato o Bandiera rossa la trionferà, cinquemila ma come fossero centomila, gli stessi che poi sui forum via internet dibattono del revisionismo di Kruscev e se è meglio Breznev o Mao. Battutacce che si accompagnano a pagine e pagine dinformazioni legali, istruzioni per luso, come eludere lo sbirro invadente o che fare in caso di arresto in flagranza. Ragazzacci, a volte teppisti, spesso diffidati, che forse non sanno chi è Piero Ciampi ma hanno preso a sassate Luca Casarini e i Disobbedienti perché pusillanimi, dileggiato lex compagno Bertinotti perché più pacifista di Gandhi, fischiato Montano, la sciabola doro ad Atene perché sospetto di simpatie destrorse. E poi sinventano la trasferta con la bandana a San Siro per sfottere quello che loro chiamano lOttavo Nano e, per sfotterlo meglio, senza scrupoli, hanno istituito un fondo destinato alla multa di mille euro che arriva puntuale ogni domenica per cori irriguardosi o striscioni del tipo Dio cè, ma non sei tu, rilassati. Sono, generazione più o meno, gli stessi che hanno trapanato con il Black&Decker le tre teste alla maniera di Modì. Se la pigliano con noi perché siamo di sinistra dicono loro, facendo il verso o istigandolo al loro idolo in campo. Non si sono sempre chiamati Bal, molti di loro si chiamavano e si chiamano Ciampi, erano prima socialisti, poi anarchici, ora stalinisti, ma sono da sempre il dodicesimo uomo in campo, talmente in campo che lo hanno invaso decine di volte in novantanni di storia, dopo aver smesso di tirare calci sulla banchina del porto o sui prati di piazza Magenta con i marinai inglesi e i rampolli della borghesia benestante, una volta anche davanti a Buffalo Bill in persona. Senza contare le risse, le botte da orbi e la caccia allarbitro o al pisano. Di là i tifosi, di qua i Lucarelli che, se potesse, invaderebbe lui ogni volta la curva. Sì, sarebbe piaciuto a Piero Ciampi tanto sentimentaccio greve, balordo, autolesionista. Lo avrebbe deriso e amato. Questo misticismo della maglia. Questo antiquariato del cuore. Della maglia come destino. Della maglia come camicia di forza, rigorosamente certificata Panini. Da lì, da qui, da questa ennesima bugia, forse, sarebbe ripartito per darsela a bere, per tornare e restare a Livorno, da vivo e da morto, tra lenoteca e lo stadio, i cori con i Bal e gli inchini a nessuno. Sì, lavrebbe forse scritto un inno alla Leo Ferrè per questo Livorno in serie A. Un inno, che solo lui sarebbe stato capace di cantare. Perché Livorno è unisola, la città più difficile per tutti, anche per me. Perché a Livorno sono nati il partito socialista e quello comunista e cè anche una squadra di calcio che milita in serie C ma che meriterebbe lo scudetto in A. Ecco, io sono il Robinson Crusoe di questisola che poi è un mondo. Giancarlo Dotto Fonte: ilfoglio.it Notizie correlate Livorno
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