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IL SALUTO ROMANO DI DI CANIO UN GESTO CHE NON HA RADICI - Ma la “lazialità” è un’altra cosa
24 Marzo 2006 - letto 1775 volte
Se Paolo Di Canio fosse un autentico laziale, come fantasiosamente si autodefinisce, saprebbe che la lazialità può essere celebrata in molte maniere ma men che mai col saluto romano. Nel 1927 il Partito Fascista voleva infatti che la S.S. Lazio sparisse. E sapete perché? Per fondersi con le altre otto società calcistiche sulle cui macerie fumanti gli ideologi del Duce avevano deciso di edificare, per decreto, l’A.S. Roma... Si trattò di un’operazione pianificata nell’ambito di quella che oggi chiameremmo una “strategia di comunicazione” tesa a rivitalizzare il mito della romanità imperiale per usarlo quale catalizzatore del consenso popolare attorno alle politiche nazionaliste di Mussolini, una strategia che non poteva non servirsi, anche, del linguaggio dello sport. Ecco perché la Roma ha i colori del Senato, porpora e oro, ed è portatrice di valori di massa.
La lazialità, al contrario, è impregnata dei valori individuali della borghesia di fine XIX secolo, è costruita attorno all’ideale decoubertiniano dell’”importante non è vincere, ma partecipare” e porta i colori della Grecia Olimpica. E’ per questo che i fascisti (“Vincere, e vinceremo!”) la aborrivano al punto di tentare di abolirla per decreto. E’ vero che la Lazio si salvò grazie all’intervento di un gerarca che aveva la forza per sventare quel tentativo, il generale Vaccaro: ma Vaccaro era un militare vecchio stampo, di cultura ottocentesca .
Fu dunque a causa del fascismo che la Lazio e i suoi accoliti divennero minoranza élitaria e cominciarono a essere “perseguitati” dalla maggioranza populista. Ecco perché per gli autentici laziali, e soprattutto per le migliaia di atleti di 34 diverse discipline sportive che danno corpo agli ideali del 1900 indossando il bianco e il celeste e stringendo la mano agli avversari, il fatto che Di Canio e i suoi amichetti con le svastiche si sentano i rappresentanti “puri e duri” della lazialità e come tali vengano fatti passare – per ignoranza e/o per pregiudizio - non è soltanto un inconcepibile sfregio alla storia ma un duplice, intollerabile, insulto.

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