ECCO COSA VUOL DIRE ESSERE UN VERO E DEGNO ULTRAS ROMANO
30 Maggio 2006 - letto 14292 volte
ARTICOLO RIPORTATO DAL MANIFESTO GIORNALE PRETTAMENTE DI ESTREMA SINISTRA.
PAOLO ZAPPAVIGNA I TUOI IDEALI I TUOI VALORI LA TUA MENTALITA' ULTRAS CHE UNIVA TUTTE LE IDEE ANCHE QUELLE PIU' AVVERSE SONO IL SIMBOLO DI COSA VUOL DIRE VERAMENTE ESSERE ULTRAS ROMANISTI TUTTI UNITI SOTTO UN UNICO IDEALE CHIAMATO... ROMA!
Tremila persone per l'addio al leader dei Boys giallorossi. Laziali e romanisti insieme con gli striscioni, c'è anche un pezzo di sinistra. Polemiche sui «boia chi molla» fuori dalla chiesa
ROMA Scandiscono «Zappavigna è con noi» e a battere ritmicamente le mani è tutta la piazza, alcune migliaia di persone. Salutano in coro Nico, il figlio decenne di Paolo Zappavigna, il capo ultrà romanista morto domenica scorsa in un incidente stradale alle porte di Pratica di Mare, lo portano a spalle fuori dalla chiesa di santa Maria Consolatrice (l'altra figlia, Nikita, molto più grande e nata da diversa madre, Zappavigna doveva invece incontrarla con difficoltà e quasi di nascosto). Ma gridano anche «Boia chi molla è il grido di battaglia», salutano col braccio destro teso, intonano l'Inno di Mameli e lo concludono con un poco italico «Sieg Heil», si scagliano contro Digos e carabinieri. E' la stessa messinscena che si ripete allo stadio ogni domenica, quella che ha finito per allontanare dalle curve, se non dagli spalti, migliaia di tifosi. I Boys sono di destra sin dalla nascita, nel '72, anche se alcuni dei più vicini a Paolo Zappavigna manifestano un certo fastidio per gli slogan politici al funerale: «Non c'entrano niente». Altri, anche loro di destra, accusano: «Quando c'è da fare politica non la si fa, e poi ci si nasconde dietro un funerale». Altrettanto di destra sono gli Irriducibili, il gruppo ultrà laziale che partecipa in massa, con tanto di striscioni, al funerale del capo romanista. Non è una novità, mentalità ultras e fascio littorio uniscono ciò che il derby divide. Fabrizio Toffolo, leader degli Irriducibili, difende i «boia chi molla» e sottolinea il rispetto e il rapporto di amicizia che lo legava a Zappavigna: «Anni fa con loro ci scontravamo, allo stadio la situazione era diversa. Ma poi ci siamo conosciuti, abbiamo fatto amicizia e in questi anni abbiamo lavorato insieme contro la repressione. Paolo, quando io ero in carcere, ha manifestato per la liberazione dei tifosi laziali. Se il campionato non fosse fermo faremmo senz'altro uno striscione per lui. Capitava spesso - prosegue Toffolo - di incontrarci la sera nei locali. E mi ricordo una volta che avevamo fatto l'alba insieme in discoteca: è montato in macchina e mi ha accompagnato in trasferta Firenze, dove giocava la Lazio».
Sono di destra anche le varie tifoserie che da buona parte d'Italia hanno inviato al funerale delegazioni e striscioni. Ben visibili, tra gli altri, i cappellini nerazzurri dei Boys San interisti e le maglie verdi della curva sud dell'Avellino. I romanisti improvvisano un corteo per scortare la bara dall'obitorio alla chiesa, nel quartiere popolare di Casalbertone all'inizio della Tiburtina. I laziali arrivano più tardi con un altro piccolo corteo. Gli ultrà depongono gli striscioni fianco a fianco di fronte alla chiesa e si dispongono sulla scalinata pronti a scattare nel saluto romano. Portano i capelli rasi quasi a zero e le magliette adorne di scritte per rendersi riconoscibili. Un secco «Irriducibili» su quelle nere dei laziali. Gli slogan dei Boys («Nessuna notte è così oscura da impedire al sole di sorgere», «If you want violence you get it») su quelle romaniste, in vendita anche nel negozio di gadget che Zappavigna e la compagna Katia hanno aperto sei anni fa in via degli Equi a San Lorenzo. E' quasi all'angolo con via dei Volsci e a trenta metri dalle vecchie sedi dell'Autonomia dove oggi, tra l'altro, c'è lo spazio sociale «32». Uno si aspetterebbe risse politiche quotidiane e invece no, la legge della strada (e della curva) tiene tutti più o meno tranquilli.
Anche lui, «Zapata» come lo chiamavano gli ultras, era di destra. Però a rendergli omaggio c'è gente che di destra non è. Come Rino Fabiano, consigliere disobbediente eletto con il Prc nel III municipio e punto di riferimento del «32». «Sono qui - dice - con tanti altri del quartiere che certo non sono fascisti, e come me hanno conosciuto Paolo nelle strade di San Lorenzo. Era un ragazzo di animo buono, con un senso di giustizia molto simile a quello di chi lotta per affermare i suoi diritti. Teneva molto ai propri simboli ma non ne ha mai fatto delle discriminanti nella vita». O come il deputato verde Paolo Cento, che con Zappavigna e con altri capi delle tifoserie ha preparato il progetto di legge che mira a togliere al questore il potere di emettere in totale autonomia le diffide. «Da frequentatore delle curve - racconta - lo conosco da sempre, ma negli ultimi tempi ci vedevamo più spesso perché lavoravamo insieme alla legge sulle diffide. Avevamo idee politiche diverse ma era una brava persona, un uomo generoso, uno che merita di essere ricordato». E' lo stesso messaggio che ripetono martellanti gli ascoltatori delle radio romaniste. Battono sul tasto della squadra («Sono laziale, ma Paolo era un grande») ma insistono anche su quello della politica («Io sono di sinistra, ma lo rispettavo»).
Non è cosa comune, neppure per un leader carismatico delle curve, un tale quasi unanime omaggio: questo spettacolo che ai cinefili incalliti finisce inevitabilmente per richiamare alla memoria le prime scene dei Guerrieri della notte, quando tutte le bande rivali si ritrovano per un attimo unite, il rispetto che manifesta per l'ultrà scomparso anche chi dalle sue idee politiche è lontanissimo. E non è comune nemmeno la massiccia partecipazione dei giocatori, ai massimi livelli: in chiesa ci sono Totti, Cassano con sua madre al fianco, De Rossi, Aquilani, Bruno Conti, Tempestilli in rappresentanza della società di Trigoria.
Forse dipende dal fatto che Zappavigna era un «fascista» sui generis. Uno che l'anno scorso, durante la raccolta delle firme per i referendum sulla procreazione assistita, non aveva avuto esitazioni nel mobilitarsi per il sì e aveva convinto gli altri a inalberare un curva un immenso striscione che esortava a firmare per la consultazione. Un simpatizzante di destra che aveva fatto propria la causa delle vittime del fascismo argentino, i desaparecidos, si era portato con tutti gli onori in curva Estella Carlotto, in rappresentanza delle madri di Plaza de Mayo, e contribuiva generosamente agli aiuti per le famiglie degli «scomparsi». Alle esequie, nonostante i saluti romani, non si sono visti i responsabili più noti di Forza nuova e di Base autonoma, gli eredi del Movimento politico di Maurizio Boccacci ormai confluiti nella Fiamma tricolore e che negli ultimi anni cercavano, più di chiunque altro ma senza grandi risultati, di fare politica in curva sud nel senso più tradizionale del termine. «Dissensi politici», spiegano. Perché l'ambiente è fascista ma a un livello, per così dire, «prepolitico».
O forse il segreto sta nel commento del cugino di «Paolone», Guido Zappavigna, ex militante dei Nar con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro e più tardi anche lui leader dei Boys: «Paolo aveva 39 anni, ed è stato sempre per la strada. Al funerale, oggi, non c'erano solo la Roma e la Lazio. C'erano le strade, c'era gente venuta da tutti i quartieri». Uno della strada, che aveva conosciuto il carcere per rapina, ma nessuno lo descriva come un tipo cattivo: grosso come una montagna ma timido, pronto ad arrossire e ancora più pronto al sorriso. Uno che per strada si muoveva come nel salotto di casa, tanto che a San Lorenzo ancora si racconta con toni epici di quella volta che due carabinieri in motocicletta, senza aver capito di trovarsi in via dei Volsci, tentarono di fermare Zappavigna e altri due per sospetto consumo di stupefacenti. Lui si fece perquisire, gli altri due però scapparono e in un attimo chiamarono i rinforzi, un centinaio di amici che misero in fuga i militari e li costrinsero, pare, a un'umiliante trattativa per recuperare una delle moto.
Ma Paolo Zappavigna era anche un rappresentante, forse a Roma il più eminente, del potere che la strada, cioè la curva, può esercitare allo stadio. Le sue apparizioni televisive sono solo la schiuma dell'onda. Quando il terzino della Roma Panucci entrò in contrasto sia con l'allenatore Fabio Capello che con i tifosi, arrivando a rifiutarsi di entrare in campo dopo che il mister l'aveva tenuto in panchina, per rientrare in squadra dovette chiedere scusa non solo a Capello ma anche alla curva, rappresentata appunto da Zappavigna. E ancora, il capo dei Boys fu tra coloro che scesero in campo nel famoso derby del 2004, per convincere Totti a interrompere il gioco in base alla notizia rivelatasi falsa dell'uccisione: venne perciò additato, con il laziale Toffolo, come l'organizzatore del «complotto» ultrà denunciato dalla questura e poi rivelatosi del tutto inesistente.
Il potere della tifoseria si esprime anche nel blocco formato dalla curva e dalle ascoltatissime radio romaniste e laziali. Ma ieri al funerale non c'era Marione Corsi, popolarissimo conduttore di Radio Rete e anche lui un ex militante di estrema destra inquisito con il cugino di Paolo Zappavigna, Guido. «Io e Paolo - spiegava nei giorni scorsi - eravamo molto amici, poi abbiamo litigato. Ma Paolo era e resta un personaggio importante». Però in chiesa non si è presentato perché in curva sud le tensioni sono forti e Corsi è sospettato di eccessiva condiscendenza verso la società della famiglia Sensi.
L'intera curva giallorossa rinnoverà l'omaggio a «Paolone» durante la finale d'andata di Coppa Italia in programma domenica con l'Inter. Si prepara un lungo striscione con il saluto del quartiere e per l'occasione si mobilita il vecchio «Gruppo San Lorenzo» che negli anni 80 teneva insieme ultrà di destra e di sinistra in uno spicchietto di curva tra i Boys e il Commando ultrà che oggi non c'è più. «Allora allo stadio funzionava così, non c'era tutt». Cercheranno di non urtare la sensibilità di nessuno, insomma niente simbologie fascista. Ieri si prendevano accordi accordi. «Mi raccomando - diceva un amico di Zappavigna che non condivideva affatto le sue idee politiche - cerchiamo di evitare anche i caratteri gotici».
ANDREA COLOMBO
ALESSANDRO MANTOVANI
Il Manifesto
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NESSUN DORMA!
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