Cosenza-Catanzaro off limits per i tifosi giallorossi
27 Novembre 2008 - letto 2838 volte Cosenza-Catanzaro off limits per i tifosi giallorossi: è pericoloso sostenere la propria squadra! La sensazione era nell'aria già da un po', nonostante gli appelli alla calma e alla civiltà di Sindaco e Presidente dell'ordine dei giornalisti, ora è arrivata anche la decisione dell'autorità preposta al controllo sulle manifestazioni sportive: il derby Cosenza-Catanzaro previsto per lunedì 8 dicembre prossimo sarà vietato ai tifosi giallorossi; il settore ospiti resterà chiuso. I sostenitori del Catanzaro, quindi, saranno obbligati a seguire la gara nei modi più disparati: radioline che gracchiano per chi ha le coronarie forti, telecronaca diretta sul satellite per chi ha la fortuna di avere parabola e decoder. Insomma, tutto tranne il tifo direttamente dagli spalti del "San Vito" per sostenere le Aquile in quella che si annuncia essere la partita più importante del girone d'andata. Niente tifosi ospiti, niente bandiere giallorosse, niente cori del tipo: "Siamo la Massimo Capraro e mai nessun ci fermerà...". Già, degli Ultrà, o Ultras se preferite, che nel calcio degli ultimi anni sono diventati sinonimo di delinquenti pronti a malmenarsi, a scagliarsi contro la polizia, ad uccidere. E poco importa se in trasferta, soprattutto in un derby del genere, non ci vanno solo gli Ultras (che spesso e volentieri non sono santi, ma neanche delinquenti), ma ci vanno (o almeno vorrebbero farlo), i ragazzi che Ultras non sono ma che amano lo stesso il Catanzaro, che non hanno mai visto un derby tra Aquile e Lupi, che lo hanno solamente sentito raccontare dai genitori, dai cugini, dai fratelli più grandi. Poco importa se, oltre agli Ultras, al "San Vito" volevano andarci anche la signora Maria, il dottor Carlo, l'avvocato Francesco: trasferta negata perché chiunque è una possibile vittima o un potenziale delinquente. Dal quel tragico 3 febbraio 2007, in cui l'ispettore di Polizia Filippo Raciti è stato barbaramente ucciso, le vite di chi ama vivere il calcio sono cambiate; i discorsi sulla sicurezza negli stadi sono diventati il pane quotidiano per giornali, Parlamento, Consiglio dei Ministri: tutto ruotava intorno al calcio e alle sue aberrazioni. Da qualche anno, una partita di pallone non è più motivo di divertimento, di sano sfottò. Il calcio non è più il momento in cui si pensa solo ad una passione, ad una fede, ad una bandiera. Nel tempo si è trasformato da leva sociale attraverso la quale anche le province più remote potevano competere con le grandi città a luogo deputato ad esprimere tutte le frustrazioni personali, le repressioni collettive e le idee politiche estreme. Da qui alla violenza, il passo è stato breve. Ancor più grave, poi, che da un paio d'anni a questa parte, il nemico comune contro cui sedicenti tifosi, pseudo sostenitori della propria squadra, fanno fronte congiunto è il poliziotto, il "celerino". Era necessario, dunque, che il Governo, di qualunque colore esso fosse, prendesse dei provvedimenti, ponesse delle regole chiare, in modo da riportare il calcio alla sua dimensione naturale, quella di sport. Le regole sono arrivate, anche severe; gli episodi di violenza sono diminuti paurosamente. Non si possono esporre striscioni, niente tamburi, tutti seduti, schedati, seguiti, individuati. E allo stadio non ci va più nessuno. Le televisioni private fanno il boom di abbonamenti e pubblicità, le società calcistiche, soprattutto quelle piccole e delle serie minori, fanno quasi la fame. E così, dopo la diretta tv per Lamezia-Catanzaro, anche Cosenza-Catanzaro sarà off limits, sarà come un territorio di guerra, per i tifosi giallorossi (c'è da scommettere che anche il 3 maggio prossimo, Catanzaro-Cosenza sarà negata ai supporters rossoblù). Si vive in uno stato di paura, in cui, per seguire la propria squadra del cuore, si rischia una coltellata in pancia o un sasso in testa. Bestie, questo siamo: il calcio è solo la scusa per poter dare libero sfogo ai più bassi istinti primordiali, in cui "homo homini lupus", l'uomo è un lupo per l'uomo. Non c'è altra spiegazione se non questa al fatto che una partita tra le squadre di due città vicine, quasi attaccate, sia a rischio scontri. Perché non è a rischio andare a lavorare, a studiare a Cosenza per i catanzaresi, ma è pericoloso per loro andare a sostenere la propria fede calcistica? Davvero due colori fanno scatenare ira, odio, astio contro un vicino di casa, un collega, un amico? O è solo razzismo intestino che trova sfogo nel calcio? Complimenti, abbiamo rotto un giocattolo meraviglioso... Fonte: catanzaroinforma.it Notizie correlate Catanzaro
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