Convegno nazionale: "MENTALITA` ULTRAS E ORDINE PUBBLICO" Incontro a Livorno
29 Ottobre 2004 - letto 2173 volte
Incontro a Livorno sull'ordine pubblico e la tifoseria da stadio
Non sono degli alieni, non sono dei mostri, né dei criminali. Non sono neppure dei santi, ma neanche pretendono di esserlo, forti delle loro contraddizioni che sono poi le loro ricchezze. Non stanno al di fuori di questo mondo, anzi, ne rappresentano una parte significativa, forse ne sono una delle componenti più autentiche. Stiamo parlando degli ultras, ragazzi e ragazze che si sono dati un percorso attraverso i colori del cuore, scegliendo la gradinata, la trasferta impossibile, sfidando i prezzi proibitivi di accesso allo stadio e un luogo comune che li vuole ribelli e vandali nello stesso tempo. Sfidando schieramenti di agenti pronti ad usare il manganello contro di loro soltanto perché ultras, e contestando a suon di argomentazioni la logica del calcio business oggi imperante e devastante, che vuole il tifoso silenzioso e seduto in poltrona davanti alla tv. Meglio se a pagamento.
Si è parlato di "Mentalità ultras e ordine pubblico: prove di dialogo" venerdì a Livorno: un incontro organizzato dal dipartimento Scienze sociali dell'Università degli studi di Pisa, dal Silp - Sindacato italiano lavoratori polizia Cgil -, dall'Associazione nazionale sociologi e dal Centro di studi sociali "A. Grandi" Livorno. Su un punto gli interlocutori si sono detti d'accordo: la necessità di avviare un confronto con la curva, nella convinzione che chi la occupa abbia da dire qualcosa di diverso dalla violenza. E qui è stato determinante l'intervento di Massimo Finizio, ultras e dirigente dei tedeschi del St. Pauli, squadra del quartiere multietnico di Amburgo. «In Germania l'approccio allo stadio è ben diverso rispetto all'Italia - ha detto Finizio - non si vive nell'ottica emergenziale dello scontro, ma è in atto un costante dialogo tra istituzioni e curva che fa sì che allo stadio del St. Pauli non ci sia bisogno della presenza della polizia. Se in Italia non si capisce questo, non si compie nessun passo in avanti».
Nella sala del Consiglio della Camera di Commercio, Federico Sisimbro, rappresentante di Stream, ha mandato in onda alcuni filmati realizzati dalla pay-tv riguardanti i tifosi del Venezia-Mestre e il loro progetto di costruzione di un impianto polifunzionale in Chiapas e intitolato a Bae (tifoso prematuramente scomparso) e le immagini di un cortometraggio sui tifosi del Bologna con la partecipazione del Progetto Ultrà, a testimoniare di un interessamento dell'emittente verso la curva. Questo in un momento in cui le pay-tv sono bersagliate dai tifosi che frequentano lo stadio, accusate di aver contribuito alla commercializzazione del gioco. «Mi suona strano che una pay-tv - le parole di una tifosa - voglia avere un rapporto con la tifoseria, quando il valore e la forza del tifo vengono uccisi dalla pay-tv».
Nessun dubbio per Massimo Ampola, professore di sociologia all'università di Pisa: «L'ultrà va visto nel mondo in cui vive, è lo specchio di uno spaccato sociale. E' colui che nel qualunquismo e nell'indifferenza generale, è stato capace almeno di darsi un percorso e tenersi impegnato». «Criminalizziamo il tifo - ha ammonito Gian Paolo Dotto della Digos di Livorno - e non ci accorgiamo che in Parlamento si vivono momenti ben più tesi di quanto non accada in curva». Il riferimento è al "Bella Ciao" del centrosinistra, cui ha fatto da contr'altare il "Fratelli d'Italia" del Polo. Allora che fare? Intanto, cercare di accettare l'altro, il «diverso da noi» per dirla con le parole di Claudio Giardullo, segretario generale nazionale Silp Cgil, che ha puntato l'indice verso chi in questo periodo cerca di trasferire sul piano dello scontro ogni protesta sociale. «Il problema che abbiamo nel nostro Paese - ha detto Giardullo - e che poi si riflette anche nello stadio, è costituito da chi non sa cogliere nella diversità una ricchezza, quindi sceglie la via dello scontro». Un problema che ha radici profonde, magari nelle stanze del Potere. Qualcuno ha colto nell'assenza della dirigente della Digos Erme Trotta, un comportamento di cattivo gusto e un segnale che il dialogo aperto è ancora lontano.
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