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Articolo letto 1859 volte L’insulto non basta per il Daspo il Tar annulla 5 divieti per tifosi
06/06/2012 - di Il Messaggero;
Fonte: www.ilmessaggero.it
Sullo striscione: «La legge non ci fa paura. Lo Stato non ci fermerà». Tra i cori: «La disoccupazione ti ha dato un bel mestiere», con annesso insulto all’Arma dei carabinieri. Scritte e parole che il 15 gennaio2011 sono costate il Daspo a cinque tifosi aretini, in trasferta a Ponte San Giovanni per seguire la partita Pontevecchio - Arezzo. E a marzo la questura di Perugia emette per i cinque il più temuto cartellino rosso per un tifoso: quello che non permette l’accesso negli stadi per qualsiasi partita, amichevoli comprese, di calcio. Divieto anche di avvicinarsi alle stazioni ferroviarie in cui sia prevista la presenza di tifosi o alle piazzole da cui i supporter partono per le trasferte. Il Daspo, morte civile per un tifoso. Che però, in questo caso, fa ricorso al Tar e vince: offese sì, ma non inneggiamento alla violenza.
I cinque, quattro uomini e una donna, difesi dagli avvocati Lorenzo Contucci di Roma e Matteo Quagliarini di Perugia, si sono visti così dimezzare, in pratica, la pena di non poter seguire la squadra del cuore. La questura aveva previsto il divieto di avvicinarsi a stadio e tifosi per due anni, quindi fino all’aprile 2013, ma con la sentenza dello scorso 30 maggio i giudici amministrativi hanno di fatto dato la possibilità di tornare sui gradoni già dalla prossima amichevole, visto che il campionato è finito. Una sentenza (anzi due, ma le motivazioni sono quasi identiche) che farà molto discutere. Perché il presidente Cesare Lamberti e i consiglieri Carlo Luigi Cardoni e Pierfrancesco Ungari pur sottolineando che «l’offesa all’Arma dei carabinieri è suscettibile di integrare la violazione di norme dirette alla tutela di valori quali il rispetto e il prestigio delle istituzioni, non rappresenta certo incitamento, inneggiamento e induzione alla violenza, in presenza dei quali si giustifica l’allontanamento dagli stadi, sia come sanzione di per sé considerata sia come repressione di possibili comportamenti violenti o pericolosi per la sicurezza negli stadi durante le manifestazioni sportive». |
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